Fabrizio Boschi
pittore barocco di “belle idee” e di “nobiltà di maniera”

a cura di Riccardo Spinelli

Firenze, Casa Buonarroti, 26 luglio – 13 novembre 2006

 

Tra i pittori che Michelangelo Buonarroti il Giovane – pronipote del grande Michelangelo – chiamò a decorare la casa di famiglia in via Ghibellina a Firenze, una personalità da riscoprire è senza dubbio quella del fiorentino Fabrizio Boschi (incaricato nel 1615 dal padrone di casa di realizzare uno dei pannelli parietali della ‘Galleria’ al piano nobile del palazzo, raffigurante Michelangelo che presenta a papa Giulio III il modello ligneo del Tribunale di Ruota in via Giulia a Roma. All’apice della carriera, cominciata ben presto con il Passignano e perfezionatasi a Roma, nel fervido clima intellettuale e artistico di fine Cinquecento, il Boschi produsse qui un capolavoro di equilibrio compositivo e cromatico, caratterizzato da una pennellata corposa, materica, mediata sia dal Cigoli, sia da Rubens, con i quali il nostro artista era venuto in contatto al tempo dell’esperienza romana.

Sontuosità di pennello ed eloquio narrativo sostanziano comunque tutta l’opera del Boschi già a partire dalle prove licenziate prima del soggiorno nell’Urbe, come la pala di San Barnaba a Firenze; ma con il rientro nel 1606 nella capitale granducale l’artista vi importa una nuova grandiosità compositiva che, abbinata a potenti contrasti luministici e a caricati effetti espressivi, fa intuire l’avvenuta assimilazione dell’opulento linguaggio rubensiano e del naturalismo di Caravaggio, qualificando il Boschi, come ben sintetizzato già da Mina Gregori nel 1962, un vero e proprio pittore ‘protobarocco’

Su questa linea di solennità drammatica si modulano molte delle opere – in gran parte inedite – del primo decennio del Seicento, mentre nel successivo l’artista, ben inserito nel giro delle committenze cittadine, smorza gradualmente certe forzature naturalistiche in favore di una narrazione più piana, fiorentina, pur non rinunciando alla monumentalità delle figure, di una pienezza fisica ancora una volta pre-barocca.

Eccezionale disegnatore – nella migliore tradizione locale – quale ce lo consegna un corpus imponente per numero e, soprattutto, per qualità, il Boschi elaborò con gran cura le proprie opere, dimostrando, anche nel mezzo grafico, una versatilità non ordinaria, che lo portò a sperimentare tutte le tecniche allora in uso – dalla matita alla penna, dall’acquerello al carboncino, al pastello o al gessetto – grazie alle quali ottenere studiati effetti volumetrici e di chiaroscuro.

Con l’aprirsi del terzo decennio e per tutto il successivo, ricchi di opere e commissioni prestigiose, lo stile del Boschi, si tratti di affreschi o di lavori su tela e su tavola, non perde in eloquio narrativo, arricchendosi di una tavolozza varia e colorata, di un’attenzione ai dettagli – oggetti o stoffe – che rivela la sintonia artistica con maestri più giovani quali Giovanni Bilivert, Matteo Rosselli e i loro scolari.

In questo periodo, la pittura del nostro subisce anche significative mutazioni morfologiche che interessano le figure, sempre più allungate e sinuose, eleganti nell’incedere falcato e maestoso, bellissime nella solarità dei volti; e presaghe, nel loro giganteggiare nello spazio atmosferico, delle più moderne istanze cortonesche, ma in anticipo su quelle penetrate con decisione a Firenze soltanto alla metà del quarto decennio del Seicento.

 

La mostra, curata da Riccardo Spinelli, studioso specialista del Seicento fiorentino, si inserisce nel solco delle iniziative culturali di Casa Buonarroti finalizzate alla riscoperta di quei pittori del XVII secolo che lavorarono per Michelangelo il Giovane (Artemisia Gentileschi, Cecco Bravo), e vuole illustrare la parabola figurativa di Fabrizio Boschi dagli inizi dell’attività (con dipinti databili alla fine del Cinquecento), sino alla fine della carriera, presentando una campionatura significativa dell’attività del pittore e, al contempo, per mezzo dei disegni, documentare opere intrasferibili (quali gli affreschi), altre disperse, altre ancora ricordate dalle fonti.

La mostra prevede la presenza di circa 20 dipinti su tavola e su tela (in gran parte sconosciuti), e di una cospicua selezione di disegni, la maggior parte dei quali ugualmente inediti.

In questa occasione si vuole insomma restituire all’artista il ruolo che gli compete nella cultura figurativa fiorentina dei primi decenni del Seicento, nella quale il Boschi fu indiscusso protagonista, precoce interprete del più moderno linguaggio barocco, intelligentemente virato in chiave locale, e soprattutto artefice di “belle idee” espresse con “nobiltà di maniera”, come ebbe a dire di lui il biografo Filippo Baldinucci.