|
|
| |
Il
disegno è unanimemente riconosciuto come uno dei pezzi più
belli e importanti della produzione grafica di Michelangelo. La testa
china, ritratta di profilo, riporta alla posizione della Notte della
Sagrestia Nuova, e ha una splendida sicurezza di segno resa vibrante
dalla evidente ripresa dal vero: per primo Wilde, seguito dalla maggior
parte degli studiosi, suppose che il modello fosse Antonio Mini, allievo
dell'artista. Sarà inutile ricordare la frequenza in quei tempi
di modelli maschili per immagini di donna; è invece da sottolineare
come lo schizzo, in basso a sinistra, del particolare del naso e dell'occhio,
con lunghe ciglia femminili, ingentilisca i tratti già assai
sfumati e pensosi del profilo.
Concorde è il riferimento del foglio alla Leda, il dipinto
perduto la cui vicenda tocca momenti storici della biografia di Michelangelo,
intrecciandosi con la complicata storia dei rapporti tra Alfonso I
d'Este, duca di Ferrara, e il papa Giulio II. Colpito da scomunica
nell'estate del 1510 per aver scelto, come avversario di Venezia e
alleato di Luigi XII re di Francia, il campo opposto a quello del
pontefice, Alfonso soltanto due anni dopo, in seguito all'inattesa
sconfitta dei francesi in Italia, si decise a sottomettersi e si recò
a Roma, dove ottenne l'assoluzione papale. Tre giorni dopo questo
evento, l'11 luglio, lo stesso Giulio II gli permise di salire sulle
impalcature della Cappella Sistina, la cui volta era stata ormai quasi
del tutto affrescata da Michelangelo.
Il lungo colloquio con il duca, estasiato dall'ammirazione, terminò
con la promessa da parte dell'artista di dipingere un quadro per lui.
Diciassette anni dopo Michelangelo, impegnato nella difesa di Firenze
assediata dalle forze pontificie, fu a Ferrara, ospite di Alfonso,
per studiare i suoi famosi sistemi di fortificazione; e si lasciò
finalmente convincere a esaudirne l'antico desiderio. Forse fu proprio
la necessità di rimanere nascosto dopo la caduta di Firenze,
nell'agosto del 1530, a permettergli di attendere all'opera. Verso
la metà di ottobre dello stesso anno, il "quadrone da
sala" era finito; ma non giunse mai a Ferrara per l'insipienza
del messo inviato dal duca a ritirarlo, che definì il dipinto,
al cospetto dell'autore, "poca cosa". Michelangelo si adirò
molto per questo, e, come racconta il Condivi, "licenziato il
ducal messo, di lì a poco tempo donò il quadro a un
suo garzone". Questo garzone era Antonio Mini, che insieme alla
Leda sembra aver ricevuto da Michelangelo anche alcuni disegni e il
cartone preparatorio del dipinto. Si è anche supposto, con
qualche ragione, che il dipinto fosse consegnato al Mini dall'autore
non in dono ma perché lo vendesse; sta di fatto che il Mini
si trovava in Francia tra il 1531 e il 1532, e che la Leda fu sicuramente
nelle sue mani. Dopo la sua morte (1533) si hanno ancora notizie contrastanti
di contese intorno al dipinto. Secondo il Vasari, esso giunse nelle
collezioni di Francesco I di Fontainebleu. Ben presto però
se ne perse ogni traccia; ma la straordinaria invenzione michelangiolesca,
di cui il nostro disegno è luminoso presagio, è giunta
fino a noi attraverso numerose copie e derivazione nelle tecniche
più diverse, tra le quali il famoso dipinto della National
Gallery di Londra, attribuito al Rosso, e anche una tavoletta di fine
Cinquecento attualmente esposta in Casa Buonarroti. |
| |
| BACK |
| |
|