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Noli me tangere

Jacopo Carucci detto Pontormo (?) (Pontorme 1494 – Firenze 1557)
Noli me tangere (da Michelangelo)
1532 circa
tavola, 172 x 134 cm
inv. Gallerie 1890, n. 6307

L’opera deriva da un cartone, perduto, di Michelangelo eseguito a Firenze nel 1531 e raffigurante “un Cristo che appare alla Maddalena nell’orto”; si conoscono soltanto due studi preparatori per la figura del Cristo di questa composizione, attualmente in Casa Buonarroti (inv. 62 F e Archivio Buonarroti, I, 74, 203 verso).
Il cartone venne tradotto immediatamente in pittura da Pontormo, per suggerimento dello stesso Michelangelo che seguì da vicino il lavoro, svoltosi nella sua stessa abitazione. Cartone e dipinto erano stati commissionati, tramite la mediazione dell’arcivescovo di Capua Nicholas von Schomberg, da Alfonso d’Avalos, marchese del Vasto e generale di Carlo X per conto della zia Vittoria Colonna, marchesa di Pescara e vedova di Francesco Ferrante d’Avalos, morto nel 1525 nella battaglia di Pavia.
A questo primo contatto per interposta persona tra Michelangelo e Vittoria doveva seguire tre anni dopo, a Roma, la conoscenza diretta. La scelta del tema rappresentato nell’opera va senza dubbio riferita a Vittoria Colonna: la poetessa aveva infatti per la Maddalena una predilezione che trovava probabilmente origine nella sua personale vicenda biografica, quasi che essa in qualche modo identificasse con la redenzione del personaggio evangelico il proprio abbandono della vita mondana conseguente allo stato vedovile. Da ricordare che in quello stesso anno 1531 Vittoria aveva commissionato un altro dipinto sullo stesso tema: il 5 marzo aveva infatti fatto chiedere a Tiziano, tramite Federico Gonzaga, di dipingere per lei una Maddalena “lacrimosa più che si può”, opera già terminata dal pittore poco più di un mese dopo e spesso identificata con la celebre tavola di Palazzo Pitti. Inoltre, Vittoria era attivamente impegnata a sostenere la Casa delle Convertite di Roma, destinata ad accogliere le prostitute che volevano redimersi senza prendere il velo monacale; nei suoi scritti sono frequenti le allusioni alla Maddalena. Il dipinto eseguito per Vittoria Colonna è conservato in collezione privata a Busto Arsizio, e corrisponde alla testimonianza delle fonti sia per l’alta qualità, sia per il “colorito” pontormesco, sia, soprattutto, per le misure (cm 124 x 95), che ben si adattano alle dimensioni ridotte richieste dal committente. Nella Vita del Pontormo Vasari racconta che il pittore replicò il dipinto per Alessandro Vitelli, signore di Città di Castello e allora a Firenze come capitano delle truppe imperiali. E’ stato proposto di riconoscere questa versione, di maggiori dimensioni rispetto all’opera per Vittoria Colonna, ma con un rapporto pressoché identico fra altezza e larghezza, nella tavola della Casa Buonarroti, la cui più antica menzione fiorentina risale al 1666, quando passò dalla collezione del cardinale Carlo dei Medici alle raccolte granducali. Sull’identità dell’autore effettivo di quest’opera la discussione resta aperta: ci si chiede infatti se si tratti di Pontormo, come riporta l’inventario del 1666 e come sostiene Luciano Berti, che fin dal 1973 assegnava a Jacopo “l’invenzione del bellissimo quanto malinconico paesaggio”; o se si debba riconoscervi la mano del suo allievo Bronzino, come voleva Roberto Longhi e come pensa, tra gli altri, Michael Hirst, autore del più importante contributo su questo soggetto.

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