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LA "LEDA" DI MICHELANGELO E LA SECONDA REPUBBLICA FIORENTINA
Firenze, Casa Buonarroti, 12 aprile – 10 luglio 2006
aperto tutti i giorni dalle ore 9.30 alle ore 14, chiuso il martedì |
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Il 17 maggio 1527, sei giorni appena dopo che si
era diffusa a Firenze la notizia del Sacco di Roma e dell'assedio in Castel Sant'Angelo a papa Clemente VII de' Medici,
viene proclamata la Repubblica fiorentina, e i Medici si trovano costretti ad allontanarsi dalla città. Firenze è destinata ad
attraversare mesi drammatici, con le truppe imperiali incombenti, e il flagello della peste che nell'estate fece trentamila
morti. Michelangelo avverte il rinnovarsi dello spirito di venti anni prima, dei tempi cioè della prima repubblica fiorentina, e
si schiera, apertamente - con un coincidere dei sentimenti e delle esigenze
dell'artista e del cittadino mai apparso finora così deciso - per la difesa della Repubblica contro l'esercito imperiale
invocato dallo stesso papa ad attaccarla.
Dopo la cacciata dei Medici, si crea un comitato, i "Nove della Milizia", del quale viene chiamato a far parte
Michelangelo. Investito della carica di "governatore e procuratore generale delle fortificazioni" Michelangelo elabora allora
una serie di proposte di difesa per le porte delle mura, che, anche per la loro complessità e novità, non furono però
realizzate o lo furono in una minima parte oggi distrutta. È stato perciò possibile precisare questi suoi interventi solo
attraverso lo studio di ventotto straordinari fogli della Collezione della Casa Buonarroti.
I disegni di fortificazione presenti in questa mostra sono testimonianza di momenti diversi dell'impegno michelangiolesco:
alcuni fanno parte del gruppo di fogli nei quali si rivelano incertezze di progettazione, e una ricerca non ancora
completamente evasa né dal punto di vista stilistico né dal punto di vista funzionale, situazione che rende difficile talvolta
precisare a quale delle undici porte delle mura fiorentine l'artista si riferisse.
Nel quadro della partecipazione di Michelangelo alle sorti della gloriosa ed effimera seconda repubblica
fiorentina trova un suo rilievo la Leda, celebre dipinto perduto del Maestro, eseguito su commissione di Alfonso I
d'Este, duca di Ferrara. Forse fu proprio la necessità di rimanere nascosto dopo la caduta di Firenze, nell'agosto del
1530, a permettere all'artista di attendere all'opera. Verso la metà di ottobre dello stesso anno, il "quadrone da sala" era
finito; ma non giunse mai a Ferrara per l'insipienza del messo inviato dal duca a ritirarlo, che visto il dipinto, al cospetto
dell'autore, esclamò "Oh, questa è una poca cosa". Michelangelo si adirò molto per questo, e, come racconta il Condivi
(e sulla traccia di lui ripete il Vasari), "licenziato il ducal messo, di lì a poco tempo donò il quadro a un suo garzone".
Questo garzone era Antonio Mini, che si trovava in Francia tra 1531 e 1532.
La straordinaria invenzione michelangiolesca è giunta fino a noi attraverso numerose copie e derivazioni, delle quali è
presente in mostra una incisione francese di metà Cinquecento, che si è voluta ingrandire per evocare le reali dimensioni
del dipinto perduto. Il visitatore viene così introdotto alla visione di un vero capolavoro: il celebre disegno di proprietà della
Casa Buonarroti Studio per la testa della 'Leda', che di quella invenzione è luminoso presagio. |
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