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Giudizio finale (da Michelangelo)

Ambiente di Giulio Clovio (Grizane 1498 – Roma 1578)
Giudizio finale (da Michelangelo)
1570 circa
tempera su pergamena, 32 x 23 cm
inv. Gallerie 1890, n. 810194

Questa miniatura è giunta in Casa Buonarroti negli anni trenta del nostro secolo. La sua antica provenienza dalle collezioni medicee è stata recentemente confermata da Silvia Meloni Trkulja, che ne ha riscontrato la presenza tra i preziosi oggetti della collezione di famiglia portati in dote da Vittoria della Rovere a Ferdinando II dei Medici nell’occasione del loro matrimonio (1634). La pergamena divenne dunque proprietà medicea insieme a illustri acquisizioni, come la Venere d’Urbino di Tiziano o il duplice ritratto dei Duchi d’Urbino eseguito da Piero della Francesca.
Il Giudizio della Sistina, come sottolinea Giovanni Agosti, “pareva, agli occhi del Vasari, superare per ‘finitezza’ qualsiasi miniatura: e non era questa una lode da poco, tra le tante rivolte al capolavoro michelangiolesco, visto che veniva emessa mentre le opere di Giulio Clovio furoreggiavano per l’Europa preziose e privatissime, e la miniatura godeva un’estrema, fastosissima, fine di stagione. Una miniatura col Giudizio rischiava di diventare così una prova di virtuosismo inusitato: ridurre su un piccolo riquadro di pergamena quasi duecentocinquanta metri quadrati d’affresco con trecentonovantun figure”. Eppure nessuna di loro manca all’appello nella nostra miniatura: si vedono, infatti, tutti i nudi dell’originale, compreso il gruppo che più creò scandalo, san Biagio con le spazzole in mano che guata santa Caterina sulla ruota (all’estrema destra, in centro): gruppo che fu non solo “imbraghettato”, ma addirittura rifatto da Daniele da Volterra nel 1565. La miniatura è quasi uguale all’incisione che trasse per via indiretta dal Giudizio, nel 1569, il dalmata Martino Rota. Le varianti sono tuttavia significative; e più che varianti, sembrano correzioni, e non da nulla, se si ricorda in qual misura, al suo apparire, quest’opera di Michelangelo fu sottoposta, in ogni suo dettaglio, a disamine iconografiche formali, e teologiche. Per esempio, viene restituita a Cristo la barba, la cui assenza nell’affresco era stata molto criticata (si noti che il Cristo è barbato anche nella grande tavola di Alessandro Allori esposta nella stessa sala della Casa Buonarroti e raffigurante una copia del gruppo centrale del Giudizio). In cima alla miniatura, 1à dove nella stampa del Rota compariva un ritratto di Michelangelo, sono inseriti, in ossequio alle prescrizioni controriformistiche, Dio e lo Spirito Santo.
Le caratteristiche stilistiche dell’opera puntano in direzione di Giulio Clovio, il più importante miniaturista del Cinquecento. Pare di riconoscere, per quanto un po’ indebolita da un’esecuzione di bottega, quella “maniera di lavorare a puntini, che io chiamo atomi, che come un velo finemente tessuto sembra una nuvola gettata sulla pittura”, come Francisco de Hollanda ben caratterizzava lo stile del Clovio.

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