|
|
| |
La
prima testimonianza sulla Battaglia dei centauri
è una lettera del 1527 dell'agente dei Gonzaga a Firenze, Giovanni
Borromeo, a Federico marchese di Mantova, che voleva a tutti i costi
un'opera di Michelangelo. Nella lettera si fa riferimento a un "certo
quadro di figure nude, che combattono, di marmore, quale havea principiato
ad istantia d'un gran signore, ma non è finito. E' braccia
uno e mezo a ogni mane, et così a vedere è cosa bellissima,
e vi sono più di 25 teste e 20 corpi varii, et varie attitudine
fanno". Il "gran signore" è Lorenzo il Magnifico.
Per quanto riguarda le fonti a stampa l'opera viene ricordata per
la prima volta nella Vita di Michelangelo Buonarroti di Ascanio Condivi,
pubblicata a Roma nel 1553, dove si trova testimonianza dell'apprezzamento
di Michelangelo, ormai anziano, per questa sua grande opera dell'adolescenza:
" ... mi rammento udirlo dire, che, quando la rivede, cognosce,
quanto torto egli habbia fatto alla natura a non seguitar l'arte della
scultura, facendo giudicio per quel opera, quanto potesse riuscire".
E' stato giustamente osservato che la posizione del Cristo giudice,
potente motore dell'intera azione nel Giudizio finale della Cappella
Sistina, richiama la figura centrale della Battaglia: segno anche
questo della memoria sempre viva nell'artista per il suo capolavoro
giovanile.
Mentre la biografia del Condivi testimonia che l'opera fu eseguita
per Lorenzo il Magnifico, su un tema suggerito da Agnolo Poliziano,
nell'edizione del 1568 delle Vite Giorgio Vasari inserisce la battaglia
nella descrizione del Giardino di San Marco a Firenze, celebre palestra
di esercizio per alcuni giovani artisti, tra cui Michelangelo adolescente.
L'opera rimase sempre nella casa fiorentina della famiglia Buonarroti,
da dove non è mai uscita fino a oggi. Quando Michelangelo il
Giovane cominciò ad allestire la Galleria al primo piano del
palazzo, per poter inserire la Battaglia su uno dei lati brevi di
questa sala, fece segare "una fetta di marmo" sul lato posteriore
del rilievo (1614).
Il soggetto, definito dal Condivi "il ratto de Deianira e la
zuffa de Centauri" e dal Vasari "la battaglia di Ercole
coi Centauri", ha suscitato molte discussioni e resta non perfettamente
definito: infatti il giovanissimo Michelangelo, pur riferendosi a
una tematica già utilizzata nella cultura figurativa fiorentina
dell'ultimo ventennio del Quattrocento, appare interessato a comunicare
un'impressione di forza e di azione più che a illustrare un
preciso episodio mitologico.
Il rilievo è, come scriveva l'agente dei Gonzaga, "principiato"
ma "non finito". Le figure in primo piano rimangono attaccate
al fondo con pezzi di marmo che dovevano essere rimossi. Tutti i personaggi
mostrano i segni dello scalpello. Per quanto riguarda la striscia
superiore, si può solo congetturare che cosa Michelangelo prevedesse
di rappresentare.
E' molto probabile che la Battaglia sia stata lasciata incompiuta
da Michelangelo a causa della morte, nella primavera del 1492, di
Lorenzo il Magnifico. |
| |
| BACK |
| |
|