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Questa
miniatura è giunta in Casa Buonarroti negli anni trenta del
nostro secolo. La sua antica provenienza dalle collezioni medicee
è stata recentemente confermata da Silvia Meloni Trkulja, che
ne ha riscontrato la presenza tra i preziosi oggetti della collezione
di famiglia portati in dote da Vittoria della Rovere a Ferdinando
II dei Medici nell'occasione del loro matrimonio (1634). La pergamena
divenne dunque proprietà medicea insieme a illustri acquisizioni,
come la Venere d'Urbino di Tiziano o il duplice ritratto dei
Duchi d'Urbino eseguito da Piero della Francesca.
Il Giudizio della Sistina, come sottolinea Giovanni Agosti, "pareva,
agli occhi del Vasari, superare per 'finitezza' qualsiasi miniatura:
e non era questa una lode da poco, tra le tante rivolte al capolavoro
michelangiolesco, visto che veniva emessa mentre le opere di Giulio
Clovio furoreggiavano per l'Europa preziose e privatissime, e la miniatura
godeva un'estrema, fastosissima, fine di stagione. Una miniatura col
Giudizio rischiava di diventare così una prova di virtuosismo
inusitato: ridurre su un piccolo riquadro di pergamena quasi duecentocinquanta
metri quadrati d'affresco con trecentonovantun figure". Eppure
nessuna di loro manca all'appello nella nostra miniatura: si vedono,
infatti, tutti i nudi dell'originale, compreso il gruppo che più
creò scandalo, san Biagio con le spazzole in mano che guata
santa Caterina sulla ruota (all'estrema destra, in centro): gruppo
che fu non solo "imbraghettato", ma addirittura rifatto
da Daniele da Volterra nel 1565. La miniatura è quasi uguale
all'incisione che trasse per via indiretta dal Giudizio, nel
1569, il dalmata Martino Rota. Le varianti sono tuttavia significative;
e più che varianti, sembrano correzioni, e non da nulla, se
si ricorda in qual misura, al suo apparire, quest'opera di Michelangelo
fu sottoposta, in ogni suo dettaglio, a disamine iconografiche formali,
e teologiche. Per esempio, viene restituita a Cristo la barba, la
cui assenza nell'affresco era stata molto criticata (si noti che il
Cristo è barbato anche nella grande tavola di Alessandro Allori
esposta nella stessa sala della Casa Buonarroti e raffigurante una
copia del gruppo centrale del Giudizio). In cima alla miniatura,
1à dove nella stampa del Rota compariva un ritratto di Michelangelo,
sono inseriti, in ossequio alle prescrizioni controriformistiche,
Dio e lo Spirito Santo.
Le caratteristiche stilistiche dell'opera puntano in direzione di
Giulio Clovio, il più importante miniaturista del Cinquecento.
Pare di riconoscere, per quanto un po' indebolita da un'esecuzione
di bottega, quella "maniera di lavorare a puntini, che io chiamo
atomi, che come un velo finemente tessuto sembra una nuvola gettata
sulla pittura", come Francisco de Hollanda ben caratterizzava
lo stile del Clovio. |
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