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L'opera
deriva da un cartone, perduto, di Michelangelo eseguito a Firenze
nel 1531 e raffigurante "un Cristo che appare alla Maddalena
nell'orto"; si conoscono soltanto due studi preparatori per la
figura del Cristo di questa composizione, attualmente in Casa Buonarroti
(inv. 62 F e Archivio Buonarroti, I, 74, 203 verso).
Il cartone venne tradotto immediatamente in pittura da Pontormo, per
suggerimento dello stesso Michelangelo che seguì da vicino
il lavoro, svoltosi nella sua stessa abitazione. Cartone e dipinto
erano stati commissionati, tramite la mediazione dell'arcivescovo
di Capua Nicholas von Schomberg, da Alfonso d'Avalos, marchese del
Vasto e generale di Carlo X per conto della zia Vittoria Colonna,
marchesa di Pescara e vedova di Francesco Ferrante d'Avalos, morto
nel 1525 nella battaglia di Pavia.
A questo primo contatto per interposta persona tra Michelangelo e
Vittoria doveva seguire tre anni dopo, a Roma, la conoscenza diretta.
La scelta del tema rappresentato nell'opera va senza dubbio riferita
a Vittoria Colonna: la poetessa aveva infatti per la Maddalena una
predilezione che trovava probabilmente origine nella sua personale
vicenda biografica, quasi che essa in qualche modo identificasse con
la redenzione del personaggio evangelico il proprio abbandono della
vita mondana conseguente allo stato vedovile. Da ricordare che in
quello stesso anno 1531 Vittoria aveva commissionato un altro dipinto
sullo stesso tema: il 5 marzo aveva infatti fatto chiedere a Tiziano,
tramite Federico Gonzaga, di dipingere per lei una Maddalena "lacrimosa
più che si può", opera già terminata dal
pittore poco più di un mese dopo e spesso identificata con
la celebre tavola di Palazzo Pitti. Inoltre, Vittoria era attivamente
impegnata a sostenere la Casa delle Convertite di Roma, destinata
ad accogliere le prostitute che volevano redimersi senza prendere
il velo monacale; nei suoi scritti sono frequenti le allusioni alla
Maddalena. Il dipinto eseguito per Vittoria Colonna è conservato
in collezione privata a Busto Arsizio, e corrisponde alla testimonianza
delle fonti sia per l'alta qualità, sia per il "colorito"
pontormesco, sia, soprattutto, per le misure (cm 124 x 95), che ben
si adattano alle dimensioni ridotte richieste dal committente. Nella
Vita del Pontormo Vasari racconta che il pittore replicò il
dipinto per Alessandro Vitelli, signore di Città di Castello
e allora a Firenze come capitano delle truppe imperiali. E' stato
proposto di riconoscere questa versione, di maggiori dimensioni rispetto
all'opera per Vittoria Colonna, ma con un rapporto pressoché
identico fra altezza e larghezza, nella tavola della Casa Buonarroti,
la cui più antica menzione fiorentina risale al 1666, quando
passò dalla collezione del cardinale Carlo dei Medici alle
raccolte granducali. Sull'identità dell'autore effettivo di
quest'opera la discussione resta aperta: ci si chiede infatti se si
tratti di Pontormo, come riporta l'inventario del 1666 e come sostiene
Luciano Berti, che fin dal 1973 assegnava a Jacopo "l'invenzione
del bellissimo quanto malinconico paesaggio"; o se si debba riconoscervi
la mano del suo allievo Bronzino, come voleva Roberto Longhi e come
pensa, tra gli altri, Michael Hirst, autore del più importante
contributo su questo soggetto. |
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